Abbiamo appena terminato l’incontro a Roma presso il Ministero della Salute in merito alla bozza di decreto-legge sul riordino dell’assistenza primaria territoriale, della medicina generale e della pediatria di libera scelta ed è opportuno chiarire con precisione la posizione che SNAMI ha sostenuto nel confronto istituzionale.
Presenti al confronto il tesoriere nazionale Simona Autunnali e l’addetto stampa Federico Di Renzo.

Il testo in discussione prevede, tra gli altri punti, l’introduzione di una quota minima di attività pari ad almeno sei ore settimanali per quarantotto settimane annue presso le Case della Comunità e gli altri modelli organizzativi previsti dal DM 77. Si tratta di un passaggio molto delicato, perché rischia di trasformare la partecipazione dei medici convenzionati alle strutture territoriali in un obbligo generalizzato e indistinto.

SNAMI ha mantenuto una posizione diversa e coerente: non si può procedere imponendo nuovi obblighi orari uguali per tutti, senza distinguere tra carichi assistenziali, massimali, contesti territoriali, disponibilità professionali e reale sostenibilità organizzativa.

La nostra linea è stata quella di ribadire la necessità di superare il ruolo unico, restituendo ai professionisti la possibilità di scegliere in modo chiaro il proprio percorso. Non tutti i medici di medicina generale svolgono la stessa funzione, non tutti hanno lo stesso carico di assistiti, non tutti operano nello stesso contesto territoriale e non tutti devono essere obbligati a svolgere attività aggiuntive con lo stesso modello.

Per questo SNAMI ha portato avanti una proposta precisa, già condivisa dal Comitato Centrale: prevedere contratti specifici per la quota oraria, sul modello della medicina dei servizi. In altre parole, le attività orarie nelle Case della Comunità, nelle strutture territoriali, nei percorsi di presa in carico della cronicità, nella prevenzione, nella medicina d’iniziativa e nei modelli multiprofessionali devono essere svolte da chi sceglie di aderire a quel tipo di organizzazione, attraverso un contratto chiaro, dedicato e distinto.

Questa impostazione consentirebbe di evitare che tutto venga scaricato automaticamente sul medico convenzionato a ciclo di scelta, che già oggi sostiene un carico enorme di assistenza quotidiana, burocrazia, gestione della cronicità, urgenze differibili, continuità del rapporto fiduciario e presa in carico dei pazienti fragili.

Il punto non è rifiutare il rafforzamento dell’assistenza territoriale. Al contrario, SNAMI ha sempre sostenuto la necessità di rendere più forte, moderna e organizzata la medicina generale. Ma questo obiettivo non può essere raggiunto attraverso imposizioni indistinte. Serve una riforma ordinata, sostenibile e rispettosa della professionalità dei medici.

La nostra proposta mira quindi a distinguere chiaramente:
• il medico che svolge attività fiduciaria a ciclo di scelta;
• il medico che sceglie di svolgere attività oraria nelle strutture territoriali;

Un altro elemento importante riguarda il tema della formazione. Nella bozza viene prevista l’istituzione di una scuola di specializzazione in medicina territoriale, di comunità e cure primarie. SNAMI ha valutato positivamente l’apertura su questo punto, perché finalmente si riconosce la necessità di dare dignità specialistica e accademica alla medicina territoriale.

Tuttavia, è stato ribadito con forza che i medici già in possesso del diploma di formazione specifica in medicina generale non possono essere penalizzati. Per questi professionisti deve essere previsto un percorso integrativo, che valorizzi il titolo già acquisito, l’esperienza maturata sul campo e gli anni di attività svolti nel Servizio sanitario nazionale. Non sarebbe accettabile azzerare il valore del diploma di formazione specifica, né creare una frattura tra chi è già convenzionato e chi accederà in futuro attraverso nuovi percorsi universitari.

In sintesi, la posizione SNAMI può essere rappresentata così:
- non condividiamo l’obbligatorietà automatica delle sei ore per tutti i convenzionati.
- chiediamo il superamento del ruolo unico, per consentire ai medici di scegliere il proprio percorso professionale.
- ⁠contratti specifici per la quota oraria, sul modello della medicina dei servizi.
- ⁠Difendiamo il rapporto fiduciario tra medico e paziente, che non può essere sacrificato per riempire formalmente le Case della Comunità.
- ⁠Chiediamo che le attività territoriali aggiuntive siano organizzate con risorse certe, personale di supporto, strumenti digitali funzionanti e compensi adeguati.
- ⁠Apprezziamo l’apertura sulla specializzazione, ma chiede un percorso integrativo per i medici già in possesso del diploma di formazione specifica in medicina generale.

La medicina generale deve essere riformata valorizzando chi la esercita, non comprimendone l’autonomia. Le Case della Comunità possono diventare un’opportunità solo se fondate su adesione consapevole, modelli flessibili, contratti chiari e reale sostenibilità organizzativa.

Alla luce delle proposte espresse dal nostro sindacato si è deciso di sedersi al nuovo tavolo di confronto nella giornata di giovedì 14 maggio, sempre a Roma.